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Ritorno alle origini

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Ritorno alle origini
 
 Aquila -18 aprile 2009
Ritorno alle origini
 
..sulla fotografia
 
Ho sempre sentito possente più di ogni altra cosa,la paura della morte,non ho mai saputo comprendere neppur  lontanamente quello che potesse rappresentare in vita tale mistero. A ogni discorso di "morte" ho correttamente saputo districarmi nascondendomi dietro ogni altra parola. Restare privo di qualcuno ha rappresentato per me esclusivamente rabbia,indomabile ira da riversare su tutti i giorni a seguire della mia esistenza. Lo è stato un lutto o solo una perdita di qualcuno che mi era accanto per un tratto della mia realtà..allontanatosi poi per cause altrettanto misteriose che fanno parte di quei cerchi che si moltiplicano nei giorni che ho cercato di vivere e comporre. Perdere:questa parola è stata sempre e costantemente il più gran sentore in ogni cosa che ho fatto. Ed è inutile dire cosa questo significhi nella vita di una persona,quali siano le ragioni inconsce,quali gli strascichi di un passato,i risultati del presente e il quesito del futuro.
Ho visto cose in questi giorni che hanno parlato in un silenzio atroce della fragilità di questa vita e quello che, nell’assenza di suoni ho raccolto, è stato il risultato di una paura contrapposta a quella che fino ad oggi aveva dominato la mia esistenza: paura della morte.Paura della vita.
Paura di esserci,paura di restare,paura di perdere ciò  che cerco di avere tra le mani,nel controllo di quello che potrebbe sembrare un desiderio che si custodisce ,che si alimenta,per farsi che diventi la vita stessa che sogno ogni giorno,nutrita da passioni,principi,legami,affetti…
La morte tutto d’un tratto m’insegna cognizione,per chi come me ha ancora il misterioso respiro che tiene in vita,la morte insegna che c’è molto di superfluo accatastato ogni giorno credendo che quel troppo fosse parte di quel respiro.
Divenuto affanno nemmeno mi ero resa conto di quanto tempo volessi trafugare. Di quante corse per ingannarlo e renderlo amico fidato. La consapevolezza era diventata una sfumatura da contrastare e sovraesporre, perché  le sfumature parlano piano piano,e correndo ad occhi chiusi non si è capaci a vederle.
Una fotografia è cosi.
Fotografavo,ma nell’illusione dell’autenticità delle mie fotografie, solo ora mi sono resa conto che volevano fuorviare i miei occhi a quelli del mondo. Stavo attenta a non rubare l’anima di nessuno e non mi accorgevo che saccheggiavano con guanto nero la mia. E la morte mi ha ricordato cos’è una fotografia. E se la fotografia è la mia vita,ora capisco per quale motivo ho paura di vivere. Fare i conti con le sfumature significa dare vita a certezze,delineare colori, immagini. E’ un girotondo su se stessi dove ad ogni fermo c’è uno scatto che trafuga quanto hai visto in quel volano di luce. C’è un valore dentro gli intuiti ,dentro le nostre sfere di cristallo. L’occhio  racconta,e se si esce dal girotondo per insinuarsi negli occhi di un’altro,allora si tocca l’anima …
E il cercare si trasforma in immorale se la si tocca di striscio senza avvicinarsi senza farsi vedere.
Gli antichi temevano che la fotografia potesse rubare l’anima di chi veniva fotografato,come se attraverso lo sguardo venisse espropriata la sua parte psicologica più profonda. Indefinibile, astratta, essa tuttavia costituisce la diversità che c’è nel  documentare una verità,affermando in un certo senso la sua presenza. Poiché l’anima nelle cose e nelle persone si sente ed è difficile ignorarla. Anche per un cieco,che al contrario, in dimensione più elevata ne sente la presenza.
Ma io che guardo….io che osservo…io che sento,devo  si ‘rubare l’anima’,  poiché rubandola realizzo una promessa di immortalità, uno strappo al silenzio della morte …
…. uno strappo al silenzio della morte ma che si stringa  in un abbraccio di rispetto che non può deviare da nessuna sfumatura. Posso dar valore a questo gesto solo se nulla delle mia ricerca sia volta ad un vantaggio mio e solo mio. Se nulla di quello che io fotografo sia enfatizzato dalle emozioni di un essere umano che ignaro è denudato ai nostri occhi, senza neppure saperlo ci sta mostrando la sua essenzialità. La sua verità.
Mi sono guardata intorno in questi giorni e ho avuto la percezione timorosa che il distacco del vitreo fosse accaduto,come se alterazioni,rarefazione si insinuassero ,aree inzuppate di macchie chiare e scure come a farsi ombre,gelatina che appannava la mente e rivestiva ogni spiraglio di luce. Ho sentito la voce di un cieco dire “ho visto i colori attraverso i tuoi occhi” e quando le ricordo io riesco a vedere dai suoi occhi tutto quello che mille mani che schizzano su una reflex, persi i corse ansimanti,non sanno far vedere.
E’ diventata una battaglia creativa snervante come un amore violento.
Stavo abbandonando la fotografia perché  ero sempre più distante dai luoghi,dalle occasioni … lontana dai luoghi dove lei nasceva. Ero altrove,là dove non ci sono finestre,dove dimentichi il giorno e la notte,l’alba e il tramonto,dove la luce entra e tu devi immediatamente dargli un nome,un numero; dove gli amici non puoi vederli e tanto meno parlarci ma soprattutto dove il tempo si chiama Denaro. Dove le idee devi tenerle sempre chiare ,devono sempre essere quelle giuste ben studiate,spesso superficiali, perché li si deve produrre,produrre … produrre! Non creare!
E se ti dovesse capitare che qualche volta un momento sia felice non è affatto detto che quel momento ti sia reso. E allora mi accorgo che quello è un non – luogo,che il ricordo di Luigi  Ghirri nei mie studi passati , le ore trascorse a guardare le sue foto è un ricordo sbiadito,perche è una dannata impresa fare fotografia in un non luogo. Ad insegnarmelo fu lui che fotografò la musica.
Mi piace accostare la musica alla fotografia.  Quando vidi per la prima volta,il titolo di un suo libro, “I Luoghi della Musica” mi chiesi prima di aprirlo come si  potesse fotografare la musica , e nel durante immaginavo mille fotografie. E le trovai tutte li dentro.  Poichè  la musica è un susseguirsi di momenti dove imparare a collegarli è il fine per poterla intendere. E solo sentendoci nei nostri luoghi possiamo ascoltarla. La fotografia che io non avevo più il “tempo” di trattenere negli occhi era la stessa melodia che non riuscivo più ad udire. Evocare suoni è come fotografare l’invisibile. E solo fotografando l’invisibile non diventi schiavo di tappe , dello spazio che corre e si muove instancabilmente senza raccontare più nulla se non quello che tutti vogliono vedere.
Mi sento libera tutta d’un tratto.
Da un esperienza di morte,umile e dignitosa alzo gli occhi e mi sento libera.
Libera di poter dire che ciò che m’interessa è l’atteggiamento visivo,l’emozione,la sensibilità,il silenzio …
Stavo perdendo la percezione di ogni altra occasione per stringere quella professionale. Nel successo d’essere qualcuno e di ricercarlo ,di ostentare questa ricerca, non c’è alcun senso.
Nell’evocazione di un sentimento e nella fotografia di esso,è li che c’è il trionfo.
Ho ritrovato il mio confine dopo l’ennesima battaglia,ho ritrovato il mio Luogo. In questo confine tra il mondo che corre e il suono della natura  io poggio i miei occhi,poiché è dove non voglio stare quello che conta,cosa non voglio essere è quello che so. Desidero vivere della passione che gode di se stessa:come la musica. Voglio stare su questo stretto confine con accanto la dignità delle cose,la dignità dell’essere
La mia e ancora mia  per sempre,fotografia.
 
MARIADIPIETRO 


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