Napoli Nomade

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NAPOLI NOMADE

 

 

Pensare al popolo rom per molti significa pensare a sgraditi vicini di casa, nei confronti dei quali si prova disturbo, timore,talvolta ribrezzo. Vivono in aree di sosta abusive o autorizzate, sono spesso sottoposti a condizioni igieniche che non rispettano gli standard minimi per un’esistenza decente. Le misure di sicurezza sono assenti,mancano riscaldamento,illuminazione e i terreni sui quali sono stanziati i campi sono contaminati con sostanze tossiche per la salute. Mancante è anche la difesa dei loro diritti:si sente parlare di loro solo se citati sulla stampa locale e nazionale come autori o comunque coinvolti in furti, spaccio di droga, truffe. Tale è il quadro della situazione a Napoli come nel resto d´Italia. La presenza di comunità nomadi sul territorio napoletano è un fatto di cui si parla solo quando la violenza , gli interessi sommersi e l’ignoranza danno vita ad avvenimenti come quello dell’ assalto alle baraccopoli di Ponticelli da parte degli abitanti del posto. Nel circondario periferico della città sono presenti un gran numero di accampamenti nomadi, che spesso sfuggono alla definizione di “campo Rom”, questo perché abitati spesso da un’umanità varia, composta da più etnie,, religioni, modi di pensare un’umanità spesso accomunata da un unica condizione che è la povertà estrema. L’estrema miseria nella quale vivono queste persone è spesso inversamente proporzionale con la quantità di attività tese a migliorarne le condizioni di vita.
A distanza di anni da quello che è accaduto il tredici maggio duemilaotto nel lotto 6 di Ponticelli il mio sguardo si è fermato sulla vita di queste persone,uno sguardo silenzioso e dignitoso verso questa umanità. Dai dodici campi nomadi,in periferia,dove vivono più di 500 persone,nella zona industriale di Giugliano,tristemente famosa per la zona delle eco balle che hanno inquinato in maniera perenne una città di 120 mila abitanti alle porte di Napoli con una storica vocazione agricola,alla realtà dei campi di Scampia.
Uno sguardo che si è fermato su quella gente dimenticata da tutti,da dietro il vetro di una baracca dove gli occhi di due bambine giocano a rincorrere gocce di pioggia di quel mondo che è fuori.

Un´umanità in “eccesso”che è semplicemente umanità.

 

 

 

 

 

Scatti in controluce da una vita marginale

 

Un taglio decisamente nuovo per parlare fotograficamente di "Nomadi", è quello scelto da Stefano Fittipaldi dell' Archivio Parisio. A interpretare un tema che poteva scivolare nella retorica o nel dejà vu, sono stati designati due nomi giovani della fotografia, Giulio Piscitelli e Maria Di Pietro. I ventotto scatti, quattordici per ciascun fotografo, saranno esposti nella mostra "Napoli nomade"  nella sede dell' Archivio Fotografico Parisio, sotto i portici di piazza Plebiscito. Fittipaldi, egli stesso esperto dell' obiettivo e rigoroso selezionatore, sostiene che «attraverso gli scatti dei due reporter si tenta di ricordare e conoscere meglio le comunità nomadi del circondario partenopeo». La data di inaugurazione della mostra cade in effetti a un anno esatto dallo sgombero del campo nomadi di Ponticelli provocato dalla furia degli abitanti del quartiere che consegnarono alle fiamme l' accampamento. Dai campi nomadi di Giugliano, a quelli nell' immediata periferia di Napoli, è sorprendentemente innovativa la lettura che danno del tema i due fotografi: Piscitelli laureato a Suor Orsola e in forze all' agenzia fotografica Controluce, più interessato al reportage; più intimista invece Maria Di Pietro, uscita dall' Accademia di belle arti. Lavorando sul formato del 30 per 40 per la stampa digitale (le foto sono raccolte nel catalogo edito da Paparo) sono riusciti anche a staccarsi dalle passate rappresentazioni, regalando Piscitelli una serie di drammatiche inquadrature - il paragone cinematografico non è casuale - della rivolta contro i nomadi, e Di Pietro riuscendo a conferire una vena lirica portatrice di speranza anche a paesaggi estremamente malinconici, come sono quelli periferici riservati e poi negati alla marginalità.Narrativa la linea di Maria Di Pietro, che entra con rapidi scatti nelle vite dei Rom, ottenendo immagini di rara bellezza, come quella della piccola nomade bionda che cammina nell' acqua dopo che l' incendio dell' intolleranza si è estinto. Lavori che si integrano e completano. «Mi sembra doveroso dare spazio ai nuovi fotografi - spiega Stefano Fittipaldi - anche per fare in modo che il nostro archivio storico non sia soltanto riferito al passato».

 

Articolo su Repubblica

di Stella Cervasio -10 maggio 2009-

 

 

ultima pubblicazione  11 maggio 2015

 

 

 

 Vita nei "campi nomadi" anno 2009

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"La fotografia nomade o dei diritti umani della Di Pietro (quella che più ci attanaglia studiare) agisce ai bordi dell’infelicità, più ancora, infonde alla sofferenza senza via d’uscita, il respingimento della rassegnazione... il suo immaginale si misura nel valore della persona e dal numero dei suoi disaccordi con morali e codici istituiti... poiché la miseria non è un destino e nemmeno l’esclusione un’eredità, la sua ca- tenaria di immagini rompe le vetrine dell’illusione, mostra le emorragie spettacolari della società consumerista e sostiene (senza tanti fraseggi estetici) che l’avvenire appartiene alle periferie della terra."

 

PINOBERTELLI 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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