Sulla fotografia Nomade

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PINOBERTELLI

 

“Se vogliamo, un aspetto che ritengo molto importante è l’idea di risveglio presente nel marxismo: Risveglio del proletariato, Risveglio del popolo. Oggi negli Stati Uniti [come in Italia, del resto"> ve- diamo invece gli schiavi votare per i padroni! E li vediamo considerare questa una forma di libertà e democrazia. Votano, quando lo fanno, a favore del sistema che li reprime”.

James Hillman

 

I.SULLA FOTOGRAFIA DEL VOLTO UMANO

La fotografia dal volto umano non si insegna, si vive. La grande fotografia è ciò che disvela o denuda e contribuisce alla riconoscenza e al rispetto dei diritti umani calpestati dalle democrazie consumeriste e dai regimi totalitari. Fotografare è cercare la bellezza e la verità, si tratta di cambiare se stessi per cambiare l’ordine del mondo. Le fotoscritture che fuoriescono da questa pedagogia libertaria del comunicare, affermano che ogni autoritarismo è illegittimo perché reprime il dissenso di quanti si richiamano alla conquista del bene comune. Ai nostri giorni ci sono insegnanti di fotografia industriale, ma non fotografi. La tecnica fotografica s’impara in due giorni (specie se si è felicemente ubriachi in una taverna di porto o si è fatto l’amore su una spiaggia d’inverno e buttato la fotocamera sulla sabbia a far compagnia ai granchi), per conoscere il senso della luce e la tenerezza del cuore non bastano una vita.

I filosofi (Epicuro, non Platone) prima degli schiavi in rivolta di Spartaco, avevano compreso che la fotografia che conta s’illumina al fuoco delle idee scatenate dall’immaginazione del vero... s’accosta all’assertorio dei vessati e rifiuta l’apodittica della civiltà spettacolare... nella religione mercantile del progresso si consumano i sorrisi nelle bare di chi non ha voce né volto, la vita è sottomessa ai dogmi della ragione imposta, lo “splendore” della miseria si rinnova ogni mattino e apre le carceri al dissidio. Gli impoveriti, le minoranze etniche, le persone di colore, i migranti o fuoriusciti da guerre insensate (provocate dai grandi interessi finanziari/politici)... conoscono sulla loro pelle (sulle loro morti) l’acido ipocrita delle democrazie e Mark Twain, da qualche parte, ci ricorda che — “per bontà divina, nel nostro paese abbiamo tre cose indicibilmente preziose: libertà di parola, libertà di coscienza e l’accortezza di non praticarle mai” —. Gli uomini arroccati al potere muoiono a causa di ciò che aveva assicurato il loro successo: lo stile da cencialoli. Quando il paradosso che governa è messo al bando non si evita la forca se non con il suicidio o la fuga nelle fogne. Ogni sopruso è indelicato e la sommatoria dei soprusi è il letamaio dell’umanità. La liquidazione dei partiti deve comportare quella dello stile (del linguaggio) con il quale hanno degradato individualità e memorie storiche... le parole, le immagini, i suoni, perfino le bestemmie subiscono lo stesso destino degli imperi... si disgregano nell’affettazione della menzogna e i rettori della menzogna prolungata — responsabili dei nostri eccessi — sono destinati alle esuberanze insorte del giudizio plebeo (senza dimenticare mai che a un dio che crolla succede un altro dio che lo sostituisce). Il disinganno sta nell’indignazione. Coloro che hanno trovato certezze e risposte a tutto, accettano con gioia gli effetti della tirannide sulla fatalità. Una realtà esiste e si afferma soltanto grazie ad atti di provocazione che sgretolano l’indecenza di esistere.

Le scritture fotografiche di Maria Di Pietro (non importa siano argentiche, numeriche o Polaroid) sono tutte attraversate da una malinconia poetica che le deposita in ciò che è autentico, dove l’unico tribunale è il sorriso di un bambino, e il sorriso di un bambino non si può comprare. I viaggi, i reportage, gli haiku, i volti, i bambini Rom della fotografa napoletana esprimono (nelle loro differenze estetiche e nervo- sità di studi accademici mai definitivamente abbandonati) un viaggio interiore e un percorso artistico verso le regioni della realtà, s’intrecciano a categorie sociali, etiche, morali e rappresentano l’uomo/la donna in relazione al potere economico e politico che li sovrasta. Nelle sue immagini c’è sempre una sensazione di inade- guatezza o di sofferta fraternità che la fotografa ricompone nelle inquadrature (an- che slabbrate) e mostra che le umiliazioni sono vincenti quando si tratta di elimina- re i più deboli. Ma il diritto all’identità non può essere compiutamente soppresso... quando le persone si sostituiscono alle maschere, si brucia il sipario e la comme- dia è finita.

Questa scrittrice di immagini. Addentrarci nel fare fotografia della Di Pietro significa andare a comprendere che l’educazione alla fotografia di strada comincia nel reparto degli incurabili, nella cultura del disturbo cronico (détournamento di James Hillman) che implica il sovvertimento dei valori dati e restituisce all’amore verso l’altro il principio o il risveglio del rimosso o del dimenticato, che sono al fondo di tutte le disuguaglianze sociali.

Nelle fotosequenze della napoletana c’è sempre il sogno di qualcosa che incrina l’ingiustizia e l’oppressione, e tutti coloro che l’intossicazione informatica “dipinge” come brutti, sporchi e cattivi riemergono dalle tenebre del fanatismo, razzismo, terrorismo della benevolenza o dell’ideologia e ritornano ad essere persone. In un’epoca dominata dalle grandi falsità, il compito della fotografia che vale è quello di denunciare le verità celate... soltanto le fotografie del vero diventano ad un tratto sacre... tutto quello che so l’ho imparato dagli svantaggiati, dai folli, dai bambini con gli occhi curiosi che tiravano i sassi alla luna in un Maggio fantastico... ogni dolore è una vicinanza e solo una cultura dell’inclusione e una politica dei diritti umani possono sconfiggere il disprezzo e l’indifferenza delle teste di legno che al- bergano nei parlamenti. Chi uccide la bellezza odia la vita e l’arte di gioire è all’ini- zio di ogni sovranità popolare.

II. SULLA FOTOGRAFIA NOMADE

La fotografia nomade o dei diritti umani della Di Pietro (quella che più ci attanaglia studiare) agisce ai bordi dell’infelicità, più ancora, infonde alla sofferenza senza via d’uscita, il respingimento della rassegnazione... il suo immaginale si misura nel valore della persona e dal numero dei suoi disaccordi con morali e codici istituiti... poiché la miseria non è un destino e nemmeno l’esclusione un’eredità, la sua ca- tenaria di immagini rompe le vetrine dell’illusione, mostra le emorragie spettacolari della società consumerista e sostiene (senza tanti fraseggi estetici) che l’avvenire appartiene alle periferie della terra.

Ad entrare nelle fotografie in bianco e nero dei bambini Rom di Napoli (Giugliano) o affacciarsi alla finestra a colori sulle strade di Buenos Aires... possiamo leggere momenti nei quali la precarietà, la paura, l’ingiustizia e le chiacchere sullo “Stato sociale” sono aboliti... la fotografa si accosta ai bambini Rom in punta di cuore, senza un’ombra di sociologismo o di scoop giornalistico... il campo Rom di Giu- gliano dato alle fiamme da solerti cittadini dell’ordine mafioso (che fa buoni affari con i rappresentanti dello Stato) è visto sotto traccia e sono i volti/corpi dei bambini che fuoriescono con forza dalle miserie di un delitto annunciato. L’ambientazione è occasionale, minore della ritrattistica infantile e dei gesti, sguardi, atteg- giamenti che questi bambini portano addosso. C’è dolore eterno e anche felicità possibile in questa iconografia dell’accoglienza. I bambini dietro il vetro, i piedi nu- di, sporchi, accanto a un martello e un volantino, la bambina bionda, scalza, che attraversa una pozza d’acqua, la forza degli occhi di un bambino/a buttati contro il cielo... restano a testimoniare che la verità non può mai essere quella dei linguaggi dominanti ma il conseguimento della secolarizzazione delle lacrime. Il bello, come il giusto, è qualcosa di scomodo e quando il bello si riconosce nei lamenti umani, c’è un po’ più amore nel mondo.

L’odore del vero che sborda dalle fotografie di Buenos Aires forse è meno avvincente della visione dei Rom a Napoli... rimanda, credo, ai lavori che ha fatto sul- l’inquinamento delle terre napoletane, fabbriche deserte, case abbandonate, frammenti di muri, passaggi dell’uomo nel mondo (non esenti da piccoli compia- cimenti estetici)... tuttavia nelle strade di Buenos Aires la fotografa riesce a cogliere con grazia la quotidianità dell’ordinario... non è poco... in quella radiosa calma si coglie la tempesta che c’è sullo sfondo. I bambini che giocano nelle strade, i panni stesi alle finestre di case popolari, i segni dell’amarezza di un popolo ancora scos- so da dittature e costrizioni, la forza della ragione contro il diritto della forza delle Madri di Plaza de Mayo... fotografati con colori accesi rosso/blu... lasciano presa- gire che ogni potere si regge o crolla quando crede di risolvere il proprio declino con la diplomazia dei fucili e delle galere.

Le inquadrature inclinate, le sfocature, le allusioni al desiderio di esistere sparsi nel reportage della Di Pietro, parlano del bene comune da conquistare... la fotografia così fatta porta in sé la nobiltà del comunicare e si accompagna al romanzo auto- biografico che ne consegue (come l’ombra della fotografa stagliata su un palazzo rosso, dice)... e solo se volgiamo lo sguardo della scatola magica al nostro interno possiamo scoprire la libertà, il giusto, il bello o il buono che ci circonda. Le fotografie di vita comune di Buenos Aires sono messaggeri di speranze mai sopite e convergono verso la risoluzione di un tempo condiviso che appartiene agli ultimi di ogni società. In queste immagini nude, fin troppo semplici, il richiamo a una vivenza più giusta comincia a muoversi, il presente e il passato si intrecciano e anche i morti per la libertà di un popolo riaffiorano nella nostra immaginazione.

Il ritratto di Alda Merini, più di altri, è sentito, e per noi che l’abbiamo conosciuta ed amata1 restituisce alla storia non solo la grandezza della sua poesia ma anche la sensibilità di una donna avversa ad ogni potere e ad ogni autorità che non sia quella dell’amore, della passione, della bellezza, e che della politica comprende solo una cosa: la rivolta. Alda è colta nell’intimità della sua tenerezza, nel riassunto di un’anima fragile, nella dignità conquistata e nel volto addolorato mostra tutto l’accaduto (e il non accaduto) del suo stupore in pericolo. La disperazione non c’entra, è cosa per letterati ubriachi di successo... la follia non si cura, si accetta e una volta iniziata non finisce più. Le persone libere volano, quelle addomesticate sognano di volare.

A ritroso. L’avvenire della catastrofe è già qui. La barbarie è accessibile a chiun- que... ci apprestiamo allegramente a disfare secoli di civiltà... eretici di ogni eresia non si diventa né per risoluzione né per decreto... l’eretico è un incendiario dell’immaginario, non crede che un sistema religioso, economico o politico valga la pena di essere abbattuto o rinnovato: “Porsi al centro di una rottura è tutto ciò che chiede. Odiando l’equilibrio e il torpore delle istituzioni, le scuote per affrettarne la fine” (E.M. Cioran). Tutto vero. I momenti comunitari di raffinatezza nascondono un principio di vita: niente è più forte della bellezza, della giustizia e della dignità...

Qui abbiano scritto: "La sovranità della poesia liberata da Alda Merini induce all'accoglienza e permette di disimparare a far male agli altri... mostra che ogni piacere vuole il colpo di coltello della coscienza insorta e dipana una filosofia del rispetto che porta alla riconciliazione dell'esistenza più dura, più estrema, più marginalizzata con l'innocenza del divenire".La distruzione degli impostori della religione, della finanza, della politica o dei saperi porta in sé anche quella dei pregiudizi. Ai terrori di prima qualità preferiamo tutte le forme di disobbedienza civile. page6image21408

Più si entra in intimità con gli ultimi, gli esclusi, i “quasi adatti”... più ci si allontana dai lebbrosari della partitocrazia. Verità, giustizia, bellezza sono sconosciuti alla politica predominante... buona è la società che agevola l’espansione culturale, po- litica, religiosa... cattiva quella che ostacola, reprime, violenta la bellezza di vivere tra liberi e uguali. La storia di un popolo e di una nazione si riassume nell’incapaci- tà a comprendere le necessità reali delle persone, invece di celebrare i fasti di pro- feti, ciarlatani, pagliacci dei mercati globali (conniventi con politiche e mafie finan- ziarie) ai quali importa solo la manifestazione della propria potenza, la storia dell’uomo in libertà è tutta ancora da scrivere.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 23 volte ottobre 2013. 

 

- Pino Bertelli( a cura) - Fuori da quelle mura. Poesie e prose inedite,Massari Editore,2012 Qui abbiano scritto : " La sovranità della poesia liberata da Alda Merini induce all'accoglienza e permette di disimparare a far male agli altri...mostra che ogni piacere vuole il colpo di coltello della coscienza insorta e dipana una filosofia del rispetto che porta alla riconciliazione dell'esistenza più dura,più estrema ,più marginalizzata con l'innocenza del divenire".

E.M. Cioran , La tentazione di esistere, Adelphi 1984

 

 

...grazie maestro.



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